Pensieri miei

 

Piantare alberi

Sentirmi vivere insieme a una moltitudine di esseri, sentirmi parte di un tutto più grande: sono sensazioni che mi confortano e rasserenano sospingendomi verso una specie di “comunità di appartenenza” che mi aiuta nel modificare il mio punto di vista .

Se cerco "il mio bene" separato dal bene di tutte/i e tutto ne ricavo una sensazione profonda di solitudine interiore mentre, al contrario, sentirmi una tra tanti altri esseri - umani, animali, piante ecc.- e che tutte/i insieme possiamo cercare "il nostro bene" mi pacifica, mi offre la possibilità di accettarmi e accettare le cose come sono. Anche io un mistero, un essere da ri-conoscere insieme agli altri, sconosciuti viventi.

Dipingere animali e alberi fa parte di questa storia, è un lento contribuito al modificarsi del mio modo di sentire, mi ha portato a credere che, insieme a tutte le indispensabili battaglie per la sopravvivenza di chi è indifeso, sia anche necessario agire sui pensieri, diffondere il pensiero che non esiste salvezza se non è collettiva.  Non che io creda, col mio lavoro, di fare granché ma son convinta che gli strumenti dell’arte, se usati con sincerità, possono aiutare a creare movimento, smuovere il conosciuto, porsi domande e cercare. Aiutano a recuperare una sensibilità più fine e silenziosa, per avvicinarci con rispetto tra noi e con chi non appartiene al genere umano.

Mi sembra che proprio questo sia il compito dell’arte nei tempi durissimi che stiamo attraversando, dove niente si salva dall’essere ridotto al livello di merce per portare profitto.

L’arte deve stare – con molta forza e determinato coraggio – fuori dal mercato perché la sua vera natura, la più intima e profonda, non ha e non ha mai avuto niente a che fare con quel mondo. Non credo nemmeno nell’arte di denuncia che con le sue immagini amplifica crudeltà e violenze, come se non ne avessimo abbastanza. Penso che l’arte in questi tempi dovrebbe avere la stessa funzione del piantare alberi, essere portatrice di ossigeno, di ombra fresca e di riparo, un posto silenzioso dove fermarsi per recuperare  il senso della vita.

 

Aggiungo un pensiero dell'antropologo Claude Levi-Strauss che, davvero  casualmente, ho letto appena terminato di scrivere:

Nessuna situazione mi pare più tragica, più offensiva per il cuore e per l'intelligenza, di quella di un'umanità che coesiste con altre specie viventi con le quali non può comunicare ... Un tempo, la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso, l'uomo oggi la distrugge, e si condanna. 

 

 

 

 

Da dove partono le scelte

1956. Nata e cresciuta a Milano, bambina negli anni passati alla storia come quelli del boom economico. Di origine toscana son venuta grande all’interno di una tradizione alimentare molto carnivora che ho smesso, su consiglio medico, verso i 26 anni.  Nel 1994 vado a vivere in campagna: pianura emiliana nella provincia di Piacenza dove se non mangi “salume” non esisti. Vita agreste, orto e animali da cortile: la carne  torna nel mio piatto ma biologica e da animali allevati in libertà.

Per i primi cinquant’anni della mia vita la riflessione sul dolore degli animali non umani non è esistita.  Conosco quindi bene quello che vive la maggior parte della gente:  l’esistenza che ruota solo intorno a noi, il resto del mondo vivente sta là, la domanda sul perché scelgo di mangiare una cosa al posto di un’altra si pone solo in termini di qualità per la salute nostra, compreso l’essere vegetariani.

Mi trasferisco in collina. Riprendo a dipingere dopo un lungo periodo dedicato alla scelta di adottare due figli.  Cammino spesso lungo sentieri nei boschi e un giorno “sento” – ovvio e chiaro - che quello che devo dipingere è tutto quel mondo naturale. Ma non lo conosco. Ci posso provare. Parto dagli alberi. Fotografo. Attraverso lo sguardo cerco relazioni (capisco rivedendo a ritroso). Provo a guardare e a liberare immaginazione. I risultati son quel che sono però a volte son piena di entusiasmo, anche contenta. Continuo. Torno alle fiabe (dove tutto è unito e parlante).

Un giorno ascolto una conferenza grazie alla quale incomincio a pensare a come gli animali vengono usati nel linguaggio che considero normale, non avevo mai pensato al fatto che la “carne” non esiste e chiamiamo così esseri viventi ridotti in pezzi; incomincio  pensare a me come animale della specie umana. La scelta di non mangiare più altri animali diventa etica, obiezione di coscienza.

Però di tutto quel mondo composto da altre specie viventi non so niente.

Ritrarre animali fa quindi parte di un percorso di avvicinamento (l'ho già detto ma va bene, mi ripeto).  Un movimento lento che si sta trasformando e, giocoforza, mi trasforma strada facendo.

La mia pittura non è un contributo alle innumerevoli battaglie contro lo sterminio animale (se poi servisse in qualche modo anche a quello ben venga) ma nasce dal bisogno personale di diminuire la distanza interiore che mi separa dal resto del vivente. Quel che mi interessa sono i miei sentimenti. Come sto nel mondo e ciò che provo è quel che influisce sul mio equilibrio e il mio benessere solo per me vacilla.

 

Alberi stanno

a colmare la distanza

fra la terra e il cielo - distanza irriducibile  

desiderio di altitudine - il cuore si mette alla prova

Alberi affondano radici 

trattengono terra

mani grandi e dita lunghe

per non farsela scappare

terra fredda - peso nutriente - a cui ancorarsi  

poi svettare oscillare cantare fremere

nei soffi del vento - indenni alle bufere.

Io cammino sulla terra

senza radici

guardo ai vostri rami - contorni al cielo

figure trattenute racchiuse - altri abitanti 

vi rimiro provo a imparare qualcosa  - anch'io sto qui in mezzo - 

A voi è affidato il nostro destino

 

 

 

 

Un'intervista 

Puoi presentarti?

Sono nata nella Milano della seconda metà degli anni ’50 da genitori toscani che la guerra aveva portato più a nord. Sono, di conseguenza, una milanese con buona dose di toscanaggine, da vent’anni trapiantata nella campagna emiliana.

Il tessuto della mia formazione si è costituito sui fili incrociati di un liceo artistico anni ’70, dei corsi di scenografia all’accademia di Brera dove mi sono laureata, e della scuola di pittura secondo l’approccio di Rudolf Steiner che mi ha aperto gli occhi sulla forza originaria dei colori.

Con questa base per più di due decenni  ho involontariamente cercato di passare ad altri la passione per i colori che intanto si andava strutturando in me. Infatti per guadagnarmi da vivere ho tenuto corsi di pittura e ho svolto, all’interno di strutture pubbliche, attività “creative” con persone malate di mente e con anziani in difficoltà.

Il coraggio di “dipingere ufficialmente” si è andato formando molto lentamente, sostenuto dalla maturità degli anni. Recentemente ho sentito di una donna, aborigena australiana, la quale, all’età di ottant’anni, ha detto che a quel punto era pronta per iniziare a dipingere. Ho pensato che è così che si fa, bisogna sentirsi pronti.

 

Quando è nato il tuo amore per l’arte?

Presto, credo già all’epoca del liceo. Infatti ho ancora il ricordo, dopo più di quarant’anni, della prima mostra che ci portarono a visitare. Ma furono gli studi di storia dell’arte all’Accademia   che incominciarono a mettere in evidenza quello che poi è diventato un grande amore, quando la passione per il colore mi ha portato ad osservare la pittura degli altri con occhi diversi. C’è stato un momento, dopo i venticinque-ventisei anni, in cui le opere dei grandi maestri mi sono sembrate storie che venivano raccontate proprio a me, a me che le ascoltavo con grande ammirazione, e mi riempivano di felicità. Provare emozione, vera emozione, davanti a quadri che ti parlano come fossero esseri viventi, leggere il susseguirsi di un racconto attraverso le opere esposte in una mostra, è bellissimo. I pittori del novecento, ma certamente non solo, sono stati i miei grandi maestri, coloro che mi hanno mostrato una strada percorribile, un linguaggio da poter usare, senza con questo voler fare paragoni fuori luogo.

 

Quali sono le principali tematiche inerenti al tuo percorso artistico?

Genericamente potrei dire che ho sempre raccontato il mondo fuori di me attraverso di me. E’ il mio sguardo, alla fine, quello che emerge e questo credo sia vero sempre, un po’ per tutti. Non si può non dipingere sé stessi, non esiste uno sguardo che non sia soggettivo e quello che emerge è sempre la persona, che tipo di persona ha fatto quel quadro. Non ci si può separare da sé stessi. Cezanne ha dipinto tantissimi alberi, paesaggi e quell’unica montagna un sacco di volte; Morandi sempre le stesse tazze e barattoli, ma è il loro modo di sentire e vivere la vita che si evolve e si racconta attraverso i loro quadri, la ricerca di “qualcosa” attraverso quell’osservazione costante, e il pensiero che ne deriva, e le difficoltà o le ossessioni a volte, in alcuni più che in altri. Ognuno di noi, in ultima istanza, è un filtro attraverso il quale passa l’esperienza dell’essere qui. Chi dipinge, o scrive, o altro ancora, ha l’esigenza di raccontarlo innanzitutto a sé stesso, io credo, e poi di conseguenza agli altri. Ma nemmeno sempre, altrimenti non si spiegherebbero tutti quelli che sono stati scoperti dopo la loro morte.

Volenti o nolenti i luoghi dove scegliamo di vivere, a lungo andare, ci influenzano e la campagna dove abito da vent’anni, a un certo punto, ha preteso la parola, mostrandosi per quello che era per me: una sconosciuta molto presente. Istintivamente ho provato ad avvicinarmi a boschi e alberi con la macchina fotografica, ingrandendo particolari e lasciandomi suggestionare da quello che vedevo. Ho proseguito trascrivendo le immagini con i colori e affidandomi all’improvvisazione. Il tronco di un albero non solo può essere possente ma è chiaramente vivo ed espressivo, spesso racchiude in sé molte figure, è una grande presenza. Ecco perché gli alberi, anche in culture molto differenti tra loro, sono spesso tra i simboli più importanti e perchè, nella nostra tradizione religiosa ad esempio,  si parli addirittura di un albero della vita e di un albero del bene e del male.

Che il mondo naturale si intrecci con quello delle fiabe è quasi consequenziale; o quantomeno lo è stato per me che considero le fiabe tra i doni più preziosi che ci sono stati lasciati attraverso il tempo. Alberi, fiabe, gli animali raccontati nelle fiabe, quelli che abitano i boschi qui intorno; però, che ne so io di tutto questo mondo vivente? E mi è venuto in mente il Libro di Giobbe con la potenza della sua domanda ripetuta. Ho provato a ritrarre degli animali e a cercare i loro sguardi.

Potrei concludere dicendo che le mie tematiche sono conseguenza di un lento avvicinamento. Forse un lasciare che la vita prenda il sopravvento, come quando la vegetazione si riprende il suo spazio.

 

Qual è, secondo il tuo punto di vista, il ruolo sociale dell’arte e dell’artista?

 Una teologa che ammiro molto, Antonietta Potente, ha parlato della realtà come di “uno spazio epifanico che rende possibile un incontro” e di “recuperare la sensibilità per la vita come imperativo etico”. Allora io credo che questa sia la necessità, che ci sia bisogno di allargare le maglie della percezione per poter recuperare una sensibilità più sottile, per avvicinare esseri umani e non umani - non so come dire - con discrezione, con rispetto, con silenzio; e questo dovrebbe essere il compito dell’arte nel tempo che stiamo attraversando. Un compito imperativo. L’arte deve stare con forza fuori dalle leggi del mercato, non appartiene a quel mondo. Deve aiutare a spostarsi in luoghi silenziosi, a recuperarci come esseri sensibili, quali siamo.

 

(Intervista apparsa su Margutte, non rivista online di letteratura e altro. http://www.margutte.com/ a cura di Attilio Ianiello )

 

 

 

Arte genuina e clandestina

 

Sulle pagine di questa rivista si è parlato più volte della “comunità in lotta per l’autodeterminazione alimentare” che si fa chiamare Genuino Clandestino. Diversi gli articoli su esperienze in atto in zone diverse d’Italia e nel 2015 la recensione al libro uscito per quelli di Terra Nuova Edizioni: Genuino Clandestino. Viaggio tra le agri-culture resistenti ai tempi delle grandi opere.

Da quando scrissi quella recensione ad oggi mi è capitato di fare amicizia con alcune persone che hanno scelto di vivere del lavoro contadino e che, per poterlo fare con dignità, hanno scelto di rimanere completamente fuori dal mondo del grande commercio alimentare ed essere quindi clandestini, come provocatoriamente amano definirsi, visto che nessuno è meno clandestino di chi vende i suoi prodotti in piazza e invita a visitare i propri luoghi di lavoro a garanzia della genuinità del suo prodotto.

Incrociando a questa realtà molti altri pensieri e passioni un giorno mi son detta che era possibile formulare l’ipotesi: Arte sta al mondo-mercato dell’arte come Genuino Clandestino sta all’agrobusinnes. Infatti paragonare l’arte all’agricoltura può sembrare assurdo soltanto a prima vista, a uno sguardo frettoloso che proceda mettendo ogni cosa, separata dall’altra, nel suo classificatore.  In realtà entrambe producono beni essenziali per la nostra vita, entrambe hanno a che fare con la bellezza, entrambe sono vittime del medesimo disgraziato destino che sta alterando alla radice la loro fisionomia.

Sappiamo bene che, originariamente, non esistevano né arte né agricoltura ma solo esseri umani mossi da bisogni e creatività, che vivevano in relazione alla terra dalla quale ricavavano sostentamento, e sulla quale lasciavano tracce del loro passaggio.

Credo sia importante andare a ritroso nel tempo per comprendere e poter ragionare su cose per noi così essenziali come cibo e arte; per trovare il valore originario di ciò che permette la nostra vita, quel che sta al principio e la cui distruzione sta causando danni irreversibili. Possiamo farci le stesse domande che si è fatto l’archeologo Emmanuel Anati nel corso dei suoi studi e, ad esempio,  chiederci cosa rivela l’arte dei primordi sulla natura stessa dell’arte, intesa come fenomeno che coinvolge l’intera specie umana? Se l’essere umano dipinse ed incise sulle pareti rocciose da quando gli si attribuisce il carattere di sapiens e lasciò le sue impronte, sotto forma di arte rupestre, negli angoli più remoti dei cinque continenti, questo straordinario proliferare di arte visuale cosa ci racconta della nostra stessa essenza? (1)

Se l’essere umano ha vissuto per epoche intere di caccia e raccolta e solo la degenerazione relativamente recente ha trasformato la piccola primordiale  agricoltura in bisogno di accumulo per colmare ansia di sicurezza e brama di potere, questo che cosa ci racconta?

Non cerco di guardare indietro come a una sorta di paradiso perduto - che oltretutto paradiso probabilmente non era – ma se quello che caratterizza la nostra contemporaneità è proprio la possibilità di attingere a un bagaglio immenso di conoscenza, e poi di tessere i fili che attraversano le esperienze, la storia e la preistoria da cui quella conoscenza è scaturita, perché non farne buon uso, perché non imparare, perché non interrogarci e fare di quel particolare tipo di intelligenza che ci caratterizza come homo sapiens evoluto il volano per invertire la rotta? Non sto dicendo novità, voglio solo mettere accenti e sottolineare il bisogno di unire le esperienze che ci fanno vivere; di dar valore al pane insieme alle rose, tanto per usare una metafora e rifarmi a una vecchia amata canzone.

 

Parlando di cibo la storia sembra abbastanza semplice, con l’arte le cose si complicano un po’. Allora vorrei provare a dare un’occhiata  - seppure sommaria - alla storia del concetto di arte per notare come si sia andato formando e trasformando solo nel corso del tempo più recente, quello che, per intenderci, alle nostre latitudini facciamo partire dall’antichità greca e latina. Lo stesso concetto prima era inesistente.

Il termine a quel tempo stava a significare la conoscenza delle regole mediante le quali si era in grado di produrre un oggetto ed era sicuramente più vicino a ciò che oggi chiamiamo artigianato. Infatti si dice ancora per un lavoro manuale ben eseguito che è stato fatto “a regola d’arte”.

Brevissimamente possiamo quindi dire che le prime “classificazioni dell’arte” iniziarono nel periodo greco ellenistico (dal 323 a.C. al 31 a.C. per avere un’idea in termini di tempo), si definirono maggiormente nel Medioevo (arti comuni, arti liberali) e fu soltanto nel corso del Rinascimento che la condizione sociale degli artisti migliorò a tal punto da contribuire a separarli dagli scienziati e dagli artigiani.

E’ nella prima metà del 1700 che il filosofo tedesco Baumgarten conia il termine estetica, mentre, verso la fine del medesimo secolo, i concetti di bello e di arte incominciarono a essere messi in discussione fino ad arrivare, con il Novecento, a far diventare il termine stesso di arte un concetto aperto in cui potevano confluire varie sfaccettature e definizioni. Si arriva così alla storia dell’arte più recente e alle cosiddette “avanguardie artistiche” che hanno avuto l’obiettivo di trasformare, più o meno radicalmente a seconda dei casi, le stesse finalità dell’arte. Ma anche quel tempo è finito e - citando Francesco Porzio dal suo Manifesto per un’arte futura - oggi ci tocca un’epoca dove “i professori del contemporaneo usurpano le forme che artisti degni di questo nome avevano impiegato con la saggezza del primitivo e la maturità del bambino e le utilizzano per esprimere il nulla con l’irresponsabilità dell’adulto civilizzato e la puerile volgarità delle accademie di ogni tempo. Essi non immaginano neppure la forza della creazione perché tutto ciò che hanno saputo fare, ancora una volta, è stato trasformare la libertà in un sistema di convenzioni”. (2)

 

Le forme dell’arte sono usurpate tanto quanto è cambiato il nostro rapporto con il cibo e la terra da cui esso nasce. Centinaia di migliaia di anni ci hanno visto vivere relativamente liberi, fino a quando ebbe inizio quella che viene chiamata “rivoluzione neolitica” (reperti più antichi la fanno risalire al decimo millennio a. C.) portando una modifica radicale al nostro tipo di alimentazione insieme al sistema sociale delle comunità. Da nomadi e socialmente poco strutturati diventammo sedentari, dando origine ad agglomerati di grandi dimensioni che si costituirono in villaggi e città. Gli esempi più noti di società agricole neolitiche organizzate sono le città sumere, la cui nascita segna anche il passaggio dalla preistoria alla storia.

Con gli insediamenti stabili e la coltivazione aumentò la popolazione, di conseguenza iniziarono la divisione del lavoro e le prime forme di amministrazione politica/commerciale. Fu in quel periodo che l’ambiente naturale iniziò a essere manipolato unicamente a favore della specie umana.

Da quel momento a oggi, dove il cibo è stato trasformato in merce sempre uguale in tutto il mondo, completamente staccato da come, dove e da chi viene prodotto, è stato un lungo passo dopo passo di dodicimila anni. Quello che mettiamo nel nostro piatto è diventato un bene indifferenziato – commodity, si dice in gergo – qualcosa di cui c’è richiesta, ma che viene offerto sul mercato senza differenze di qualità. Petrolio, grano, caffè, cellulari… sempre di merce si tratta.

Ci fu un tempo in cui qualcuno, più o meno furbescamente  tentò la provocazione, mercificando in infinite riproduzioni volti famosi accanto a barattoli di zuppa che finirono - venduti a caro prezzo come opere d’arte – a far bella mostra di sè sulle bianche pareti dei salotti intellettuali. Era l’epoca della Pop-art, ultimi giri di giostra di un’arte che in buona parte ha continuato soltanto a rispecchiare il vuoto che la circonda.

Più di una voce insiste nel dire che l’esperienza umana è, quasi sicuramente, arrivata a toccare il limite di non ritorno. O si coglie l’opportunità di cambiamento una volta per tutte o ce la vedremo brutta. L’occasione è ora, per ripensare ogni cosa, mettendosi in gioco, facendo tesoro dell’esperienza passata.

Sull’etichetta della passata di pomodori di un amico che affianca al suo marchio quello di Genuino Clandestino c’è scritto: “E’ più sana una pagnotta confezionata in un grande stabilimento agroalimentare o una pagnotta di farina di grano biologico impastata a mano dal contadino di fiducia? Per noi non c’è paragone ma per qualcun altro sì. Genuino Clandestino è una campagna che denuncia una serie di norme ingiuste che equiparando i prodotti contadini trasformati a quelli delle grandi industrie li rende fuori legge. Aiutaci a cambiare le cose.”

Allo stesso modo, il mondo sembra pieno di artisti e poeti, ma in realtà è molto difficile trovare qualcuno che viva in modo poetico e artistico; la grandezza di un’opera non sta nell’astuzia delle forme o nel cinismo delle parole, bensì nella concezione del mondo che essa esprime, visto che l’arte non è un metodo o una professione, ma il modo di esistere di un essere umano.

Ma “perduto ogni discernimento, l’arte è stata data in affidamento al denaro, e queste sono le sue coerenti scelte. Ma il denaro fa terra bruciata intorno a sé. Come nell’osceno spettacolo dei media, a cui l’arte attuale si ispira, rimane un solo sentimento autentico: il desiderio di successo travestito da gesto creativo. L’arte di oggi è l’arte delle veline e delle facce rifatte, la sua estetica chirurgica è l’estetica del successo. ( … ) Noi ci guardiamo attorno e vediamo infinite bolle di vuoto che aleggiano in un’atmosfera di vacua irresponsabilità. Irresponsabile e vacua è l’attuale politica e l’attuale società d’irresponsabili veleni  e di vacui consumi, così come irresponsabile e vacua è l’arte che tale società esprime.” (3)

 

Se in un altro tempo - questa volta passato da poco come è stato quello della mia gioventù che gridava nelle piazze degli anni ’70 - il “nemico” aveva i volti di una classe sociale,  oggi si sa bene che chi ha vinto, mischiando molto le carte, si è confuso nei mille volti del mercato che non guarda in faccia nessuno. E’ da lì che bisogna stare fuori, con attenzione con molta forza e con determinazione, che si producano pane, parole o tele dipinte, la sostanza non cambia. E’ più che necessario stare fuori da un mondo il cui potere si basa su immagini vendute al posto della realtà, dove perfino l’oggetto più insulso può essere trasformato in opera d’arte e il cibo peggiore troneggiare all’ipermercato.

La vita è creatività ed è lontana distanze infinite dagli scaffali illuminati e dai riflettori. Sta in luoghi occasionali, decentrati, inventati e ricercati ostinatamente insieme a tutti coloro che, piano piano, stanno andando a formare i fili di una immensa tela nella quale, secondo la strategia del ragno, prima o poi ciò che non ha senso finirà imprigionato.

1)      Emmanuel Anati, Arte Rupestre. Il linguaggio dei primordi, Capo di Ponte (BS), Edizioni del Centro Camuno di studi preistorici, 1994.

2)      Francesco Porzio, Sfratto! Ovvero: Manifesto per un’arte futura, Milano, Casa editrice Libera e senza Impegni, 2011.

3)      Francesco Porzio, op. cit.

 

(Articolo apparso su  A, rivista anarchica , giugno 2017)

 

 

 

 

 

 

Una fiaba dipinta

Ogni quadro, di per sé, è un racconto; ed è un racconto diverso per ogni persona che lo guarda. Quindi ogni quadro, se possiede valore espressivo, ha una possibilità autonoma di comunicazione. La storia di chi ha dipinto, e le ragioni che l’hanno portato a fare certe scelte sono secondarie, dei ragguagli o poco più, per inquadrare il lavoro di una persona.

Pertanto, lo farò in breve.

A venticinque anni, la fine dei miei studi accademici corrispose con un periodo di crisi esistenziale grazie al quale incominciai a cercare qualcosa che mi aiutasse nell’imparare a vivere. Trovai aiuto anche nelle fiabe e quelle di allora ebbero per me “la parola giusta”, mi sostennero infondendomi fiducia nel continuo cambiamento delle cose, restituendomi fede nella Vita. Oggi direi di avere trovato in esse un linguaggio nutriente, una “parola materna”.

Per unire le fiabe al desiderio di dipingere iniziai ad illustrarne una. Si trattava de La ragazza mela nella versione presente sulla rivista di poesia Niebo (n.°6 – settembre 1978).Il soggetto mi spingeva verso un uso dei colori diverso da quello imparato in accademia. Avevo bisogno di confrontarmi con una materia espressiva che non fosse passiva ma viva e trovai contributo a quel che andavo cercando in alcune scuole di pittura ad indirizzo steineriano che da lì in avanti iniziai a frequentare, oltre che nello studio dei grandi pittori, del ’900 e non solo. Mi innamorai della pittura come si innamora un essere umano che incontra un altro essere umano col quale scopre di avere un linguaggio in comune e quindi lo ascolta, l’osserva e impara. Sono stati i miei grandissimi maestri, la “parola paterna”, gli indicatori di una strada praticabile, pur senza fare paragoni fuori luogo.

Questo inizio fu decisivo e determinò l’intreccio imprescindibile del colore e della pittura con lo scorrere della mia esistenza, per quanto molteplici accadimenti l’abbiano portato in secondo piano anche per parecchio tempo.

Poi, circa otto anni fa, nella campagna dove abito da ormai quasi un ventennio, per una serie di circostanze fortuite, rimasi fortemente attratta dalla forza misteriosa e vitale della natura e la pittura divenne una forma di avvicinamento, un modo per tentare una relazione più intima e dare origine a qualcosa che fosse frutto di quegli incontri.

Incominciai a fotografare alberi, soprattutto tronchi, a ingrandirne dei particolari e a rielaborarli pittoricamente improvvisando con una tecnica a collage di carte veline, colla e pastelli.

Nacque la prima serie di immagini dove i tronchi assumevano l’aspetto simbolico di totem colorati, ricchi di figure, emergenti dall’oscurità. Per tre anni almeno ho continuato a lavorare esclusivamente su questo rapporto tra me e gli alberi stando a vedere l’evoluzione che ne derivava. Sino alla fine dell’anno passato con gli ultimi quattro lavori, nati dall’osservazione di una pianta che richiamava con grande evidenza nella mia memoria una famosa statuetta paleolitica.

Dopo di che un giorno ho pensato che dovevo tornare a dipingere La ragazza mela e dovevo tornarci portandomi appresso gli alberi: “… come l’albero di mele fa le mele …”

Mi son messa a lavorare e mi è sembrato che niente di più vero ci sia di quello che disse Cristina Campo:

 

Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba. (…) l’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire, come le apparizioni e i segni arcani della fiaba: tutto quello cui certi uomini non rinunziano mai, che tanto più li appassiona quanto più sembra perduto e dimenticato. Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita.

(Cristina Campo, “Parco dei cervi”, in Gli imperdonabili, Milano, Adelphi,1987)

 

Mi sembra che l’oggi sia assolutamente il tempo della bellezza in fuga, in cui la grazia sta per scomparire e il mistero forse è già scomparso. Eppure proprio alla bellezza e al suo mistero non si può rinunciare, a ciò che le fiabe eternamente insegnano a cercare, sia pure a rischio della vita.

 

(Testo per la mostra "La ragazza mela e altre storie" tenuta a Bore (PR) luglio/ settembre 2013 e a Piacenza presso la biblioteca Passerini Landi ottobre/novembre 2014)

 

 

 Terra

Sono incappata in lunadonna.net cercando materiale su Aldina De Stefano che ho conosciuto attraverso la lettura del suo intervento al convegno di studi  Donna – terra – libertà. Lo specifico femminile tra spiritualità, sapienza e resistenza”. Mi piace ricordare quel convegno di otto anni fa per la corrispondenza che sento coi termini che compongono il titolo, con quel  femminile collocato  tra spiritualità, sapienza e resistenza, che allude a spazi nei quali mi ritrovo, insieme a quelli di terra e libertà. Sono luoghi interiori che si intrecciano nelle immagini che vanno formando il mio racconto.

 

Nella terra c’è il rapporto con l’origine, l’infanzia, il femminile arcaico, una terra a cui sto tornando attraverso la ricerca di una spiritualità che è anche relazione e legame di appartenenza a tutto ciò che vive. Ma perché questo possa accadere davvero è necessaria resistenza. Essere resistenti, cioè interiormente forti, in grado di resistere ai falsi richiami, ai condizionamenti,  all’infinità di acquisiti ‘dover-essere’ che boicottano subdolamente l’ascolto della propria intimità, del desiderio di conoscere se stesse e trovare la propria autentica modalità espressiva. Libertà di essere quello che si è fino in fondo nella propria specificità di donne. Come tutti i percorsi di conoscenza anche quelli al femminile comportano l’acquisizione, strada facendo, di sapienza, una particolare sapienza.

 

Il mio racconto non è fatto di parole ma di immagini. Tutti i miei dipinti da più di due anni prendono avvio da “incontri ravvicinati” con alberi di vario genere, che trovo camminando nelle zone di campagna dove vivo, che fotografo ed elaboro.

Ciò che questi lavori mi restituiscono è l’espressione di una grande forza vitale che prende forma, che trova spazi in cui agglomerarsi in immagini più o meno riconoscibili, che racconta dell’energia racchiusa nel colore, espressione di ogni essere vivente di qualunque specie. Energia selvatica e disobbediente alle regole sociali. Energia narrante, trasversale, che parla di me attraverso il mondo, che inventa.

 (Testo per sito web lunadonna.net)

Pensieri degli altri

Sfratto – Manifesto per un’arte futura (di Francesco Porzio)

 

( … ) Il mondo sembra pieno di artisti e poeti, ma è molto difficile trovare qualcuno che vive in modo poetico. ( … ) la grandezza dell’opera ( … ) è nella concezione del mondo che esprime. Non ci importa quello che un artista fa ma quello che è, perché consideriamo l’arte non un metodo o una professione, ma il modo di esistere di un uomo.

( … ) Perduto ogni discernimento, l’arte è stata data in affidamento al denaro, e queste sono le sue coerenti scelte. Ma il denaro fa terra bruciata intorno a sé. Come nell’osceno spettacolo dei media, a cui l’arte attuale si ispira, rimane un solo sentimento autentico: il desiderio di successo travestito da gesto creativo. L’arte di oggi è l’arte delle veline e delle facce rifatte, la sua estetica chirurgica è l’estetica del successo.

( … ) Noi ci guardiamo attorno e vediamo infinite bolle di vuoto che aleggiano in un’atmosfera di vacua irresponsabilità. Irresponsabile e vacua è l’attuale politica e l’attuale società d’irresponsabili veleni  e di vacui consumi,così come irresponsabile e vacua è l’arte che tale società esprime. 

( … ) In un mare di informazioni accessibili a tutti, gli artisti di domani sono di nuovo isolati e sconosciuti. Ultimi difensori della vita circondati da lugubri segnali di morte, essi sono una miniera sconosciuta di immagini misteriose e irridenti che scorrono davanti agli occhi dei ciechi e degli adoratori del vuoto. ( … ) All’inizio il loro cammino può apparire incerto, perché costruiscono sulle macerie. Talvolta espongono i loro orgogliosi quadretti in luoghi di fortuna o su baldacchini improvvisati, fra le grida dei mercati rionali o agli angoli delle strade; altre volte li cedono sulla rete realizzando l’equivalente di una pizza. Così ha ridotto l’arte sincera il milionario mercato, così ha espulso da sé il meglio abbracciando la mortifera immagine di se stesso.

 ( … ) Come i turisti di massa, che raggiungono i luoghi della bellezza quando è stata distrutta, il critico giunge alla soglia dell’arte quando ha cambiato indirizzo. ( … ) La sua incapacità di comprendere ciò che è vitale si traduce nell’esaltazione acritica del nuovo. La sua mentalità da secondino nella vita si trasforma nella celebrazione di ogni libertà nell’arte, impedendogli di avvertire la responsabilità della creazione e il valore delle costrizioni.

( … ) Ma noi consideriamo il loro disprezzo come un onore e la loro cecità come una conferma. In realtà essi non possono giudicare nulla, perché i loro occhi vuoti non sanno neppure cosa guardare dentro un’opera.

( … ) Si tenta di spacciare per creazione artistica una demiurgia fondata sul nulla.

Ci raccontano che l’arte ha continuato a regnare indisturbata, ma noi la vediamo diversamente. Una catena è stata interrotta, anche se la frattura viene minimizzata in ogni modo.

Da circa cinquant’anni, cioè da quando si è dissolta l’ultima avanguardia, la guida è passata dagli artisti al mercato. L’arte ha cessato di rispecchiare il movimento reale della vita, riducendosi a una ricerca astratta di nuovi linguaggi.

( … ) La Restaurazione contemporanea  ha smantellato ogni ideale artistico e lo ha sostituito con la logica del profitto. ( … ) Colti di sorpresa dal benessere, corteggiati dalla società dei consumi, viziati da un pubblico sempre meno ostile, abbiamo visto crescere a dismisura l’orgoglio e la vanità degli artisti. ( … ) li abbiamo guardati attraversare le avanguardie rapinandone con cinico eclettismo gli stili e confezionando pasticci impreziositi da mistero a buon mercato; li abbiamo osservati ridurre l’arte a una battuta di spirito o a un nano di plastica ricavandone enormi guadagni; li abbiamo guardati, stupefatti, mentre riuscivano a trasformare l’oggetto più insulso in opera d’arte senza neppure l’arte di un trucco; insomma li abbiamo visti ricostruire giorno dopo giorno l’edificio dell’accademia esaurendo fino all’ultima goccia il linguaggio che era nato per combatterla.

Non si può comprendere l’arte del nostro tempo se non si tiene conto che oggi un figlio potrebbe uccidere il padre perché gli ha regalato una sottomarca della Nike.

Noi vediamo una stretta correlazione fra questi fenomeni, che elevano il nulla all’ennesima potenza.

( … ) Solo in una società nella quale milioni di cervelli mal funzionanti sono convinti che una firma applicata a un oggetto qualunque ne accresca in modo esponenziale il valore, può svilupparsi un’arte in cui un oggetto qualsiasi diventa un’opera d’arte degna di un museo grazie alla semplice firma di un’artista.

( … ) La società che esprime la simulazione artistica è la stessa in cui la menzogna viene assunta come forma corrente di comunicazione. E’ la stessa in cui milioni di votanti danno fiducia a una persona che non ha mai rivolto loro una sola parola sincera ed è la stessa in cui la parola sfacciatamente falsa della pubblicità viene accettata senza alcun rigetto.

Noi propugnamo un’arte che rifletta tutto l’uomo, non soltanto la parte che gli fa comodo. E’ su questo punto che si gioca la partita. ( … ) L’arte deve rendere conto dell’uomo e l’uomo deve rendere conto dell’arte. Solo quando questo circuito si chiude può nascere qualcosa di credibile. Ciò significa che ogni segno, ogni parola pronunciata dall’artista chiama in causa l’integrità della sua esistenza come uomo. Ciedere questo alla maggioranza degli artisti significa espellerli dall’organismo dell’arte come fastidiosi batteri.

( … ) Più si diventa ricchi e più si diventa miserabili; allo stesso modo, più si diventa “artisti” e meno si ha a che fare con l’arte.

( … ) Uomini prima che “artisti”, individui traboccanti di colori e di mistero per i quali il confine tra la vita e l’arte è in continuo movimento: ogni opera potrebbe valere e non valere, ogni gesto potrebbe essere futile o ultimativo.

( … ) Noi disprezziamo i professionisti e i professori delle gran cattedre, che attribuiscono all’arte il più grande valore mentre trascurano ciò che vale nella vita.

( … ) I titoli delle mostre e dei fenomeni artistici sono modellati sugli slogan commerciali ( … ) spacciano per “artistici” dei messaggi tesi unicamente al profitto e fondati sul vuoto.

Mentre l’arte creativa prescinde dal favore del pubblico e dal successo economico, quella accademica scaturisce da questo rapporto e si realizza soltanto all’interno di esso. Le sue opere vengono scambiate al telefono come i titoli di borsa.

( … ) Noi proponiamo di introdurre il concetto di inquinamento estetico e di inserire la difesa dalla pubblicità nella carta dei diritti dell’uomo. ( … ) Poiché la pubblicità è il cardine della società dei consumi, su di essa vige un’omertà assoluta. Nessuno osa mettere in dubbio la sua insostituibile funzione. Ebbene noi sosteniamo che la più invadente fonte di inquinamento estetico, la pubblicità, andrebbe abolita del tutto. L’immorale promozione di un prodotto da parte di chi ne trae profitto andrebbe stigmatizzata nelle scuole, additata al pubblico disprezzo, perseguita per legge e sostituita da indicazioni redatte dai consumatori.

( … ) Senza nulla da dire, incapace di creare ma ostinato a “fare” l’artista, il giovane accademico confeziona un’opera di attualità che tiene conto del pianeta che si avvelena e della gente che soffre. Sposando una nobile causa egli spera di gabellare per arte un messaggio sociale garantendosi almeno il consenso, all’interno della vasta maggioranza di coloro che non comprendono l’arte, di chi è sensibile a certi temi. Ma in questo modo, anche se utilizza le forme e le tecniche più insolite, egli non fa che asservire l’arte a un contenuto già morto.

( … ) Il legame fra l’arte e la positività dell’esistenza passa per strade ben più profonde e misteriose! Esso si manifesta quando l’osservatore rivive il processo che ha portato l’artista a creare l’opera fino al punto di scorgere in essa, per un istante, l’immagine più elevata di sé.

( … ) Le epoche in cui fiorisce la grande arte sono quelle in cui non si sa che cos’è, non se ne parla, non si crede di poterla insegnare.

( … ) Siamo convinti che l’autentica creazione artistica tenda alla maggiore semplicità possibile e pensiamo che quanto maggiore è la semplicità, tanto maggiore è la profondità – cioè la complessità – della rappresentazione della vita.

( … ) Per noi l’arte può dirsi realistica o astratta quando aspira in modo realistico e insieme astratto a una verità, quando mira a esprimere un ideale morale di cui l’autore deve rendere conto non soltanto come artista, ma nella totalità della sua persona.

Noi vogliamo ricostruire una comunità artistica etica, immorale ed elitaria, quale è stata smantellata nell’ultimo mezzo secolo di prostituzione intellettuale alla società dello spettacolo.

( … ) Gli artisti e gli intellettuali contemporanei hanno accettato la logica del successo, in base alla quale per affermarsi occorre vendersi ai media e al consumo. Intimoriti o allettati dal denaro, hanno accettato l’idea da pezzenti dell’anima che non comparire significa non esistere.

Al contrario, avere successo significa scomparire.

Noi sappiamo che la vita sta altrove e non aspiriamo a esistere nel nulla.

( … ) nessun animale ci spaventa quanto l’uomo e nessun pericolo ci atterrisce quanto la stupidità umana.

( … ) La provocazione dell’arte contemporanea è una favola a cui non crede più nessuno; se mai è esistita, oggi è ridotta a una formula commerciale. Alcuni artisti avevano giocato con questo stupore per disarmare un pubblico ostile; l’arte accademica lo ha trasformato in un’astuzia per compiacere un pubblico favorevole. ( … ) Piccolo trauma progettato affinchè un trauma effettivo non si produca ( … ) Noi sappiamo che la radicalità dell’arte non risiede nella violenza con cui si esprime, ma nella posizione dell’autore in rapporto alla verità.

Nell’arte nulla è più impoetico della provocazione. I grandi artisti si sono sempre occupati di creare e non di provocare

( … ) La foto di un’attrice sporcata di colore, un barattolo, un telefono da campo, un quarto di bue. Che cos’è? Un capolavoro. Ma se non è niente! Sì, ma non era mai stato fatto prima. Ma non è: - niente - lo stesso! Troppo tardi, è già in un museo. Lo scopo del critico contemporaneo non è più individuare il valore, ma giustificarlo oltre ogni evidenza. ( … ) il critico attuale celebra il nulla dell’arte accademica contemporanea servendosi della concezione più volgare dell’arte d’avanguardia ( la novità, la provocazione, l’attualità, ecc. )

( … ) Da più di mezzo secolo gli artisti non combattono più la loro lotta per affermare le ragioni dell’individuo in una società che sembra avere scorto in esso il suo peggiore nemico. In pieno accordo con una società opulenta e massificata, essi hanno deciso di percorrere strade più sicure e hanno trasformato un’avventura rischiosa in una comoda rincorsa al guadagno e al successo. ( … ) quello che conta è avere uno stile, una cifra riconoscibile; spesso sono gli artisti stessi a pianificare l’operazione. Occorre che il tuo logo si imprima rapidamente nei flebili cervelli dei consumatori.

( … ) Ma quello che non cessa di sorprenderci è l’infima qualità delle persone. ( … ) oggi vediamo l’arte nelle mani di persone alle quali gli artisti che essi credono di ammirare non rivolgerebbero neppure la parola.

Le piccole persone, coloro che non hanno dentro di sé la misura della vita e della morte, non dovrebbero occuparsi dell’arte. ( … ) Ai loro occhi, offuscati dalla meschina complessità della cultura, sfugge la grandiosa semplicità della creazione. ( … ) Queste persone prendono il sopravvento nei periodi impoetici, quando ogni ideale è spento. Sono gli accademici di ogni tempo: artisti, curatori di mostre e di musei, professori universitari, critici, galleristi, collezionisti: Nell’imbecillità dilagante di una società drogata dal benessere essi trovano il loro ambiente naturale.

 Ma ancora una volta sono entrati nella casa dell’arte e l’hanno trovata vuota.

Una cultura umana

Per Emilio Villa  (poeta, artista, critico d’arte ed esperto d’arte antica) non esiste una superiorità dell’ideale rispetto al reale, anzi, semmai, affrontando la materia, ci troviamo nella necessità di ricomporre questa frattura. Infatti – citando le sue parole - “per l’arte si tratta di elaborare, cioè creare, un linguaggio nuovo, un nuovo modo di capirsi su certi fatti fondamentali della vita, del mondo, del lavoro, della cultura, dei sentimenti. Veramente gli uomini non hanno da dire, tra loro, che poche cose elementari, essenziali: uomo, donna, vita, pane, desiderio, lavoro, pensiero. Cambia il modo di vederle e sentirle. (…)

L’artista con la sua opera, con il suo lavoro rappresenta gli aspetti visibili, il diagramma di questa coscienza umana. (…) se è nuova, la sua arte, se è viva, se è moderna, non può che essere essa stessa lotta, uno degli aspetti fondamentali del grande urto tra mondo nuovo che vogliamo far nascere e mondo vecchio che non vuole morire (…) tra le forze che avanzano e i pesi che arrestano il processo del mondo.”

La proposta che Villa elabora, come contrappeso ad una cultura scaduta ma di forza inerziale ancora temibile, si sostanzia nel recupero delle origini, degli atti e delle dinamiche mentali primordiali, da attuarsi guardando con mente sgombra da pregiudizi etnografici i reperti provenienti dalle età preculturali: relitti splendidi di un grande naufragio storico.

La lettura che Villa compie dell’”arte primitiva” è tutta volta a individuare il valore e il funzionamento del gesto creativo prima che gli venisse attribuito il nome di “arte”.

“ Ora sarebbe arrivato il momento di lanciare questo grande ponte sul passato, che vuol dire sul futuro.(…) Si tratta di recuperare l’evidenza e la continuità organica quasi biologica, delle azioni umane necessarie. E umano e necessario s’intende tutto ciò che ha radice e documento sul terreno di tutti i popoli nel tempo.”

Allontanamento definitivo dalla cultura ufficiale per fondarne una veramente umana è un processo affidato all’arte.

In: Segnare un secolo. Emilio Villa: la parola, l’immagine.  A cura di G.P. Renello – Derive Approdi ed. / E. Villa, L’arte dell’uomo primordiale. Abscondita ed.

Immenso desiderio umano

Si potrebbe pensare che la specie (umana) abbia ricordo di altre forme viventi e voglia viverle, attualizzarle; la nostra filogenesi ci sarebbe presente. Io penso che grazie all’amore e alla dimensione estetica degli uomini e delle donne siamo in grado di ritrovare possibili che abbiamo perduto e che sono stati realizzati da altri gruppi di esseri viventi.

( …) Chi non ha sognato di essere albero o fiore? Chi non si è estasiato di fronte alla potenza vitale di un albero, poiché l’albero è vita esaltata. La dimensione estetica e l’amore sono in questo caso degli anti-spossessamenti, anti-spogliamento; grazie a loro non abbiamo perduto nulla. Si possono vivere tutti i possibili realizzati nell’universo pur  continuando a rimanere se stessi. Ciò implica che l’arte delle nostre società infestate dal mito del dominio sulla natura non può più corrispondere a questo immenso desiderio umano.

Jaques Camatte, in: “Il disvelamento” – ed. La Pietra 1978 

 

Basta un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo. L’incredibile spicco delle cose nell’aria oggi ancora tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati sul cielo, fossero dèi fin dall’inizio.  

da Cesare Pavese,  - Dialoghi con Leucò. Torino, Einaudi 1953

Il vortice del mondo

Se non vogliamo che la convivenza dell’uomo con il mondo debba addirittura morire, deve cominciare questo immergersi nelle onde spirituali delle potenze della natura, vale a dire delle potenze spirituali che stanno dietro la natura. (…) scoprire realmente ciò che già vi è nel colore, ciò che è dentro nel colore stesso, come dentro all’uomo che ride vi è già la forza del ridere. (…) la forma è in riposo, sta ferma. Ma dal momento che la forma riceve il colore, da quel momento la forma stessa, attraverso il movimento interiore del colore, si eleva sopra la quiete, e il vortice del mondo, il vortice della spiritualità pervade la forma. (…) ci si deve indirizzare ad una unione ancora più intensa col mondo esteriore, un’unione così profonda che non si estenda soltanto ad una impressione esteriore del colore, del suono e della forma, ma che arrivi anche fino a quello che si può sperimentare dietro al suono, dietro al colore, dietro alla forma, a quanto cioè si manifesta in colore, in suono e in forma. (…) Se noi diventiamo coscienti che le cose sono colorate per il fatto che gli dei si esprimono attraverso le cose stesse, ciò suscita quell’entusiasmo che dallo sperimentare porta nello spirituale. (…) qualcosa che può direttamente permeare l’anima di forza interiore (…) La vera arte è dappertutto, un cercare un rapporto con lo spirituale.

 

Rudolf Steiner, “L’essenza dei colori”. Editrice Antroposofica 1982

Il disegno è te che non sei te

Questa conversazione è accaduta tra i bambini di una 5° classe della scuola elementare di Giove, un piccolo paese in provincia di Terni.  Registrata e trascritta dal loro maestro, Franco Lorenzoni, si trova pubblicata nel libro, edito dagli editori Sellerio, I bambini pensano grande/ Cronaca di un’avventura pedagogica. Autore lo stesso maestro.

La freschezza originaria e l’autentico significato che il dibattito artistico dovrebbe avere sono fra i pensieri di questi bambini. Cosa ormai rara nel mondo di noi adulti. Grazie ai bambini di Giove e in primo luogo a Mattia da cui è partita l’idea:

“Mi piacerebbe fare arte perché a me piace tanto disegnare, perché mi piace farmi un autoritratto. Secondo me l’arte è quando esprimi le emozioni e non ti esprimi solo con i colori, ma anche con il disegno. Il disegno è te che non sei te. Significa che sei te che lo disegni e se lo disegni è qualcosa di te. E’ come se mi tolgono un pezzo di me”.

 

MARIANNA: Se uno dipinge è come se si levasse un pezzo di lui e lo mette nel dipinto.

FRANCESCA: Nella nostra fantasia ci viene un fiore, noi lo mettiamo ed è un pezzo di noi, perché la fantasia è un pezzo di noi.

SIMONE: Se facciamo un autoritratto è tutto, non solo un pezzo.

MATTIA: Tu gli vuoi bene a quel disegno perché l’hai fatto te, sei orgoglioso, quindi è come se ti tolgono un pezzo di cuore e lo mettono lì.

FRANCO: Ma questo vale solo con l’autoritratto?

MATTIA: Non è solo se tu lo disegni, è se ci credi che, automatico, ti si toglie un pezzettino di te e va denttro il disegno, perché ci sei affezionato.

FRANCO: Chi è che te lo toglie?

MATTIA: Il disegno.

FRANCO: Allora il disegno è una cosa viva.

MATTIA: E’ vivo fin quando lo stai facendo, poi dopo si invecchia sempre di più e alla fine muore.

FRANCO: Ma noi vediamo disegni e dipinti di moltissimi anni fa.

MATTEO: Sì, quelli che abbiamo visto agli Uffizi erano veri.

SIMONE: Mattì, possono passare pure cento anni e un disegno resta vero.

FRANCO: Lui non diceva vero, diceva vivo.

MARIANNA: Se è così, quando il pittore muore, muore anche il disegno.

IRENE: Però il disegno c’è ancora, non è che va via.

VALERIA: Quando ci metti impegno il disegno prende vita, poi muore perché ne devi fare un altro e ci metti ancora più impegno.

LORENZO: Secondo me anche la scrittura è viva, perché quando scrivi dai il pensiero delle parole sulla scrittura e la scrittura è viva.

FRANCESCO: Secondo me Mattia più o meno ci ha ragione, quando fai un autoritratto è come se levi un pezzo del cuore e lo metti nel disegno.

IRENE: Puoi fare anche una casa e c’è un pezzettino di te.

ERIKA: Anche se tu fai una cosa semplice, dipingi un cielo con degli uccelli che passano, tu comunque ci metti tutta la tua immaginazione, ci metti sempre qualcosa di te.

FRANCO: Ci sono pitture di secoli fa che ancora ci emozionano.

VALERIA: Sì, perché è come se da un dipinto nasce una storia.

GRETA: Quando fai una cosa e la fai volentieri ci metti sempre una parte di te, in qualsiasi cosa, anche quando scrivi.

IRENE: Rispetto a quello che diceva Mattia, a noi ci parla un disegno, ma se il pittore è morto a lui non parla più.

FRANCESCA: Per me il dipinto non muore.

LORENZO: Quando dipingi un quadro e ci metti qualcosa di tuo, tu vivi ed anche il quadro, da quel pezzetto è come se gli nascesse l’anima.

FRANCESCA: Ma come fa a morire una cosa?

MATTEO: Un foglio muore quando diventa giallo.

MATTIA: Veramente muore qualche altra cosa. Per fare un foglio muore l’albero, perché è dall’albero che viene il foglio.

FRANCESCA: Secondo me è vivo un quadro, perché quando l’hai fatto sembra che è uscito fuori e ti guarda.

FRANCO: Allora un quadro è vivo quando ti guarda?

VALERIO: Quando tu fai un disegno poi il pittore non muore, va solo dentro il disegno.

FRANCO: Ma questo succede sempre o solo con la grande arte?

VALERIA: Secondo me sempre, perché comunque, quando tu ci metti la fantasia, poi comunque è come se il disegno ti dice che il disegno ha bisogno del pittore e, se lui muore per aiutare il disegno che sta dentro, prendono vita.

IRENE: La foto di Raffaello, il suo autoritratto, sembra che ti guarda e tra un po’ esce dal ritratto e ti parla.

FRANCO: Quella di Raffaello è una pittura in realtà, tu hai detto foto…

LORENZO: Quello che ha detto Valeria, che quando un pittore muore va dentro al quadro, secondo me succede solo quando c’è un autoritratto, in pratica l’anima va dentro il quadro.

ERIKA: I quadri non muoiono quando muore l’autore. Anche quando gli autori muoiono i quadri restano, come un ricordo.

IRENE: Però non è che esce fuori e ti parla. Sembra … però non è vero.

FRANCO: Nell’arte succedono cose strane.

LARA: Per me se muore il pittore non è che muore anche il quadro.

VALERIA: E’ come se quello che facciamo siamo noi.

YLENIA: E’ vero, perché siamo noi che facciamo il quadro.